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"decidono sulla sorte di animali e padroni " Questo mi sta un po' meno bene perché le persone che si occupano di cani non rappresentano un fronte compatto nel modo di pensare: una parte si rifà all’utilitarismo puro, l’opposta alle teorie dei diritti. Nel mezzo convivono una serie di sfumature. Taluni affermano inoltre che i cani devono essere trattati umanamente, sostenendo che essi possano essere utilizzati laddove tale condizione sia soddisfatta. Nel dibattito, riconoscendo direttamente i cani come titolari di “diritti”, talaltri si schierano contro ogni forma di sfruttamento od uso ponderato. In verità, i cani, come tutti gli animali, dovrebbero essere destinatari di quei doveri che garantiscano all’uomo una buona qualità di vita. Non affermo niente di falso quando indico che i diritti estremizzati, quando portati all’esagerazione, come detto poco fa, convogliano temi a favore del cambiamento dell’ordine sociale. E tale cambiamento si realizza in estremismi quali il vegetarianismo, il divieto dell’uso di pellami o di pratiche come l’addestramento, l'uso del collare a strangolo, ecc, additando come innaturale la modifica comportamentale indotta. Ma non sempre la distinzione è netta e così, molti di quelli che hai citato e che si proclamano sostenitori del valore dei diritti degli animali, traducono tuttavia tale istanza nella richiesta di benessere e nell’usufruire di carni, ecc. Se si considerano le linee generali della legislazione europea ed italiana in tema di animali d'affezione, non è azzardato dire che i criteri che hanno guidato la protezione animale si sono ispirati più alle teorie del benessere che alle teorie dei diritti. In altro modo, mai si è proibito l’impiego del cane da caccia, da difesa, da lavoro in genere, od il suo addestramento (ciò che caratterizza operativamente le posizioni sui diritti), mentre la tendenza è stata quella di porre attenzione alle modalità di trattamento (ciò cui mira prevalentemente l’idea di benessere nell’espletamento della funzione). C’è sicuramente una carica retorica ed ideologica nell’idea di diritto soggettivo individuale, che impone doveri e responsabilità a tutti i proprietari di cani. Tuttavia, l’implementazione delle ragioni sostenute a favore dei diritti degli animali da compagnia, negli strumenti tradizionali del diritto positivo, ha finora prodotto una tutela prevalentemente di tipo oggettivo. E questo pur nell’implicito riconoscimento della natura soggettiva dell'animale. Quindi, malgrado l’apparentemente diversa portata degli approcci agli animali da compagnia (intesi come soggetti o come beni giuridicamente rilevanti... per me è lo stesso), l’analisi dei presupposti scientifico-etologici sull'addestramento e sulla stabulazione mobile consente di affermare che non esistono dati inconfutabili contro ciò che è già in essere. Questo anche alla luce del fatto che la stessa evoluzione della legge italiana in merito di benessere, permette alle Forze dell’ordine l'addestramento e la stabulazione in strutture e spazi ben lontani da ciò che potrebbe essere richiesto al privato. Quindi, ancor prima di approcciare l'argomento dal punto di vista legislativo e morale, è bene conosce il più puro significato di benessere animale. Ovviamente tu lo conosci bene, ma a partire da quelli che si reputano i veri paladini e protettori degli animali? Con l’espressione benessere animale si allude ad un insieme di conoscenze interdisciplinari, di carattere prevalentemente tecnico-scientifico, che si avvale del contributo di Anatomia, Fisiologia, Neurologia, Psicologia, Etologia, ecc, per definire i concetti di benessere e stress negli animali. Il termine benessere è utilizzato come riassuntivo di tutti i gradi intermedi tra le due condizioni estreme (benessere e malessere). Benessere allude ad una capacità posseduta od anelata, una condizione di omeostasi che è naturalmente inerente ad un organismo e che non gli può essere attribuita dall’esterno da chicchessia, specialmente da chi di parte e che vuole utilizzare e far aderire tale parola in un contesto non specifico; stress indica invece l’eccessivo carico fisico o mentale imposto. Dal dominio tecnico-scientifico la locuzione è transitata all’ambito della riflessione sulla condizione animale, dove essa denota la posizione di coloro che, pur intendendo riformare il trattamento degli animali, non hanno intenzione di escludere ogni impiego di essi da parte degli esseri umani. I più recenti contributi allo studio dell’addestramento hanno rafforzato l’interesse per gli aspetti psichici e relazionali del benessere, nella cui determinazione essenziale appare la componente dell’antropomorfismo critico. Con antropomorfismo critico si intende la prospettiva secondo cui “l’empatia temperata dalla conoscenza del comportamento e della fisiologia caratteristici della specie” rappresenta uno strumento di comprensione e comunicazione insostituibile nel rapporto con il cane, dal momento che esso è basato su strutture biologiche stabilizzatesi nel corso della selezione canina. Anche se l’attenzione al benessere tecnico si traduce nella implicita legittimazione di qualunque uso degli animali, l’applicazione del benessere può dirsi correttamente scientifico solo se esso è liberato dalla subordinazione del pensiero soggettivo, specialmente quello che si rifà all'antropomorfismo generico e generalizato (tale è il pensiero animalista più radicato e meno scientifico che esista). Quindi, anche se in modo indiretto, nella stabulazione mobile, nell'addestramento e nell’uso del cane viene tenuto in debito conto il benessere e l’equilibrio psicologico dell’animale e messo in pratica con metodi più lungimiranti di ciò che potrebbe essere un "comodo" box per tutta la vita. Non è quindi normando le dimensioni di un box che si aumenta il benessere animale, ma, nel caso specifico, assecondando l'indole del cane nelle sue prerogative di razza selezionate da centinaia di anni. In effetti, l’ossessione per l’oggettività e l'ignoranza sul tema producono gravi inconvenienti, in particolare qualora l’oggetto della osservazione sia un soggetto. La tendenza a percepire come oggetti anche gli esseri senzienti soggettivi, oltre a rappresentare una distorta percezione degli accadimenti, dà luogo a discostamenti dalla realtà. Infatti, se l’uomo non è consapevole del legame empatico che si stabilisce con l’animale con cui interagisce, la percezione delle sensazioni dell’animale viene compromessa dagli effetti di questa. E questo può avvenire sia con il comune guinzaglio che con un qualsiasi altro strumento di coercizione quale la stabulazione mobile e finanche la "mantellina". Quindi, il risultato della percezione delle sensazioni di altri esseri viventi deve tradursi nel senso di responsabilità in chi tali sensazioni causa, e nella domanda sulle finalità e l’essenzialità di normare un comparto che di ulteriori norme non ha necessità. L’enfatizzazione della questione dei diritti ha oscurato la considerazione del benessere tecnico e la comprensione del significato biologico della "sensazione provata", mentre sono proprio questi elementi che consentono l’elaborazione di linee di comportamento anche scientificamente fondate. In fin dei conti, sto girando e rigirando intorno al concetto che "Non è normando le misure di un box che si aumenta il benessere di un cane, ma è relazionando con lui". Sono quindi in primis il politico ed il legislatore che devono tenere in debito conto il principio di precauzione (come sempre da utilizzare nei casi di decisione in condizioni di scienza incerta), vale a dire laddove non esista la piena evidenza scientifica che un possibile danno possa prodursi nel caso in cui un cane sia stabulato in un box 4 mq piuttosto che in uno di 9. Inoltre, è nell’atto del rapporto con il cane (passeggiata, addestramento, attività ludiche) che il termine “responsabilità” deve assumere una connotazione ulteriore rispetto alla parola “precauzione” e “dovere” (interpretate dal punti di vista normativo) che, almeno etimologicamente, enuncia la mera obbligatorietà di una condotta. “Responsabilità” evoca una dimensione relazionale e complessa dell’agire, in cui l’agire del proprietario deve essere preceduto da, e informato alla, conoscenza dell’ambito in cui si agisce. Il passo successivo consiste nel valutare gli usi giustificabili, confrontando e gerarchizzando interessi umani e limiti del cane. La limitazione degli usi, che una visione responsabile del rapporto con l’animale esige, consiste quindi nella valutazione critica e dinamica della necessità della stabulazione, dell’addestramento e dell'uso, in relazione all'età , carattere, ecc. Ciò che invece, a mio giudizio, dovrebbe essere elaborato ancor prima di stilare una proposta di legge, è la formulazione di una teoria scientificamente ed eticamente difendibile sulla richiesta di normare un comparto che già da solo si è dato da sempre regole per la buona riuscita del proprio prodotto cinotecnico, riconosciuto, a livello mondiale, come uno dei migliori. Le questioni descrittive relative all’acquisizione di credenze non dovrebbero quindi avere una rilevanza decisiva per le questioni normative. Sono andato fuori tema? Va beh! Mi sono un po' alargato!
_________________ Renato Fongaro http://www.fongaros.it
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